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Il mulo e la bicicletta


Ritornavamo dal campo invernale del 1966, in lenta colonna appiedata composta da numerosi muli e numerosi Artiglieri. Ad un certo punto, attraversando un boschetto nella valle del Mis (Agordo), non so come, un mulo, gravato dalla soma assai pesante costituita dalla culla del pezzo da 105/14, si ribalto cadendo sul fianco sbagliato (quello che non consente di slacciare con rapida mossa il nodo del mulattiere).

Bestemmie varie. Intanto la colonna si allontanava ed io restai indietro con alcuni Artiglieri e il mulo ribaltato. Dopo vari tentativi si riuscì a slacciare il basto e a sganciare il carico. Intanto la colonna era sparita alla nostra vista e a quella del mulo.

Ohimè, avevano dimenticato la basilare regola secondo la quale un mulo non deve mai essere lasciato da solo, se no si spaventa. Cosa che avvenne puntualmente. Appena slegato dall’albero, il mulo, drizzate le orecchie e con sguardo terrorizzato, cominciò a correre, sfuggendo inesorabilmente al suo conducente. E noi dietro.

Il mulo solitario e galoppante, con tanto di carico sul basto, attraversò il cortile di una fattoria lasciando a bocca aperta alcuni bambini e una vecchia che sedeva all’uscio della sua casetta e, preso un sentiero, si precipitò al seguito della colonna, attraversando la strada provinciale (senza travolgere nessuno, per fortuna) e galoppando lungo la medesima.

Un Artigliere, un pezzo di giovanotto dalla spalle ciclopiche, con zaino e carabina di traverso, con estrema prontezza di riflessi, sottrasse a una bambina, che giocava nel cortile della fattoria, (facendola piangere) la sua biciclettina e, inforcatala, si mise a pedalare lungo la provinciale all’inseguimento del mulo galoppante.

Fatto sta che, favorito dalla discesa, l’Artigliere raggiunse il fuggitivo e, con azione degna di un rodeo, ne afferrò la briglia costringendo il mulo ad arrestarsi (grazie a strattoni violenti del morso e un paio di pugni sul naso).

Raggiunti dal fratello maggiore della bambina, lo rabbonimmo e ringraziammo, e quindi ci ricollegammo alla nostra colonna.

 Alt! Chi va là?


In quegli anni era ancora aperto il problema degli attentati in Alto Adige da parte di terroristi anti-italiani. Gli attentatori prendevano di mira militari, carabinieri, monumenti, caserme e soprattutto i tralicci dell’alta tensione, per cui fu necessario utilizzare anche l’esercito in operazioni di “ordine pubblico”. Così accadde che anch’io fui destinato in “ordine pubblico” in Alto Adige, a tenere a bada i bombaroli odiatori dei tralicci.

Mi trovavo a Maranza, sopra Vandoies in val Pusteria, a fare la guardia a un ripetitore della TV e a una condotta forzata dell’ENEL. Il posto era tranquillo e raggiungibile solo tramite una funivia che cessava l’attività alle otto di sera. Comandavo quattro squadre di Artiglieri del Gruppo Lanzo (così non avevano troppa confidenza col sottoscritto) che svolgevano un meticoloso servizio di guardia.

Una sera, dopo cena, uscii dal baraccamento ed andai all’osteria (unica attrattiva del paese, a parte una mitica “maestrina” di cui mi avevano parlato al momento dello scambio delle consegne, ma che non ho mai visto).

Al ritorno, nel buio più profondo della notte, mentre mi avvicinavo alla baracca venni fermato da uno stentoreo “Alt, chi va la?”

“Sono io, non vedi?”

“Parola d’ordine!”

C... non l’avevo letta e me ne ero proprio dimenticato.

Il ligio e sospettoso Artigliere del Gruppo Lanzo mi tenne sotto tiro per una buona mezz’ora. Poi si stufò e, dopo aver convocato il capoposto e altri curiosi a mio perenne ludibrio, mi fece passare, sperando che non fossi una “ghianda” (frutto che germoglia e matura in abbondanza nell’ambiente).

Così, assolto dopo un breve e benevolo processo da parte della truppa, mi sono autopunito con una damigiana, fornita a un giusto prezzo dal padrone del terreno, un anziano Todesco, rassomigliante a Franz Joseph, al quale andavo a pagare l’affitto, senza capire una parola di quello che mi diceva in tali occasioni, ma che doveva essere un brav’uomo, visto che mi offriva sempre un bicchiere del suo vinello.

 Il praticello e le tre sorelle


A Maranza in occasione della Pasqua vennero un giorno a trovarci un colonnello e un cappellano militare, recandoci rispettivamente alcune colombe e il conforto di una confessione sprint.

I due ospiti, dopo la consegna delle colombe e la lavanda generale delle nostre anime smarrite, si erano affacciati al parapetto della baracca che ci ospitava. Di fronte c’era un prato piuttosto ripido che terminava su un cocuzzolo dove c’era un’osteria gestita da tre giovani sorelle ... di grazioso aspetto, per quanto poteva apparire a noialtri.

Tre Artiglieri scarpinavano veloci come lepri sull’erto praticello, diretti all’osteria delle tre sorelle. E lì io percepii questo dialogo tra il colonnello e il cappellano:

Col.: “Guarda quei giovani, come si arrampicano veloci sull’erto praticello. E sì che tira!”

Capp. (sornione!): “Stai tranquillo che ... tira davvero!”

Sagacia di Santa Madre Chiesa!

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