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Il Rancio

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Il rancio del martedì

 

rancioChiamatela abitudine, chiamatela istituzione, chiamatela simpatica idea a cui nessuno rinuncia volentieri, ma non chiamatela cena sociale; è IL rancio alpino della Sezione di Trieste, non una cena. E’ l’occasione per ritrovarsi, discutere, bersi uno due tre quattro cinque sei calici con gli altri Alpini. E’ il momento in cui, settimanalmente, il socio viene a conoscenza delle attività della Sezione direttamente dalle parole del Presidente. E’ il momento in cui, se è il tuo turno di corvée in cucina il resto della Sezione ti ringrazia per l’impegno con un sentito applauso.

Ma com’è nata la tradizione del rancio? L’ho chiesto a chi, a quel tempo, l’ha vista nascere, il redattore del nostro giornale sezionale, Dario Burresi: “Quando la sede dell'ANA era alla Casa del Combattente, la sera del martedì gli Alpini usavano andare al ristorante. Ovviamente noi giovani ne eravamo esclusi per motivi ... economici. Quando nel 1976 Edi Furlan accettò di diventare presidente dell'ANA di Trieste, mise come condizione la costruzione della sede, con cucina e sala da rancio per fare in modo di non escludere più i giovani. Lui trovò in affitto per pochi soldi una soffitta-sottotetto fatiscente. Faceva schifo persino ai topi ed agli scarafaggi. Sotto la guida di Edi Furlan e del suo "braccio destro" Mario Giacopelli, gli Alpini giovani (ma anche i meno giovani) s’improvvisarono muratori, tappezzieri, piastrellisti, pittori, elettricisti, idraulici e quant'altro, e così la soffitta si trasformò nella bellissima baita di Via Cassa di Risparmio che voi (quasi) tutti conoscete. Dunque l'origine dei ranci in sede risale alla primavera del 1976 ed è opera di E. Furlan. Fu lui inoltre a fondare il giornale "L'ALPIN DE TRIESTE" ed a far nascere il nostro Nucleo di Protezione Civile (che fu uno dei primi di tutta l'ANA ad essere pienamente operativo). Dobbiamo levarci tanto di cappello di fronte a questo grande "vecio". Avrà i suoi difetti, avrà un carattere difficile, tutto quello che volete, ma dobbiamo tenere presente che con lui la Sezione di Trieste è passata dallo stato quasi larvale ad un'entità vivace, laboriosa ed unita”.

Ma com’era, questa baita? Ce lo spiega un giovane Consigliere Sezionale, Federico Toscan: “Già salendo le scale ti sembrava non di essere in centro città ma piuttosto di salire un sentiero con all’arrivo una baita alquanto ospitale. Appena entrati si notavano alcuni tavolini, piazzati nell’atrio per chi chiacchierava, beveva un bicchiere o affrontava dure partite a briscola o cotecio. La sala del rancio, quasi completamente mansardata, era formata da lunghe tavolate per cui ci si trovava sempre a tavola tutti insieme nel vero senso della parola... e la cucina era sempre al lavoro perché il martedì e non solo c’erano sempre grandi afflussi di Alpini e amici. La segreteria e la Presidenza, adiacenti alla cucina stessa, completavano egregiamente un “rifugio” che purtroppo non esiste più…”.

E queste sono le origini. Ma ora? Che si fa ora nella sala della nuova sede intitolata proprio alla memoria del passato gestore, Mario Giacopelli? La sala, come tutta la Sede del resto, è piena di ricordi, foto, disegni, opere artistiche e cimeli, tutti inerenti alla vita alpina. Si arriva, ci si iscrive su una lista apposita (giusto per far avere un numerico in cucina), ci si versa un bicchiere e ci si immerge in un ambiente decisamente alpino. Veci, bocia, amici degli Alpini, talvolta le fidanzate o le mogli. Dopo la cena e gli onori ai cuochi, il discorso del Presidente. A volte, prima del rancio od a rancio finito (più spesso la seconda, a pancia piena si ascolta più volentieri, a pancia vuota si buttano orecchio ed occhio verso la cucina…), intervengono ospiti, vengono proiettati filmati o diapositive oppure qualcuno tiene delle piccole conferenze su argomenti di storia alpina, di vita di montagna o comunque inerenti all’Associazione.

Il rancio è anche un momento per festeggiare ricorrenze, anniversari o lieti eventi (matrimoni, nascite, successi personali, compleanni dei soci) e, innegabilmente, è il momento in cui si ricordano tutti coloro i quali, a quei tavoli, non potranno più sedere perché andati avanti.

Ma oltre a tutto, al rancio si viene anche per mangiare e ci sono, di conseguenza, persone che settimanalmente si “sacrificano per la pancia altrui”; e queste persone, il rancio come lo vivono? La risposta ce la fornisce la premiata ditta Febrako, al secolo Paolo Mazzaraco e Febe Vecchione, che più volte si sono cimentati ai fornelli: “Cucinare il rancio è un’emozione che nasce con uno sguardo: “Ci mettiamo in calendario???”. Il nostro punto di forza è cucinare pietanze semplici con amore.Dopo esserci “scornati” sul menù ci si accapiglia facendo la spesa. Arriva finalmente il momento in cui ci si trova in cucina con gli arnesi del mestiere che volano, dandosi reciprocamente ordini del tipo: “fa’ questo!”, “fa’ quello!” giusto per suddividersi le competenze. Fatto il piano di lavoro l’atmosfera all’inizio è quasi da “calma piatta”: tra quattro chiacchiere (tutti coloro che arrivano al rancio infatti passano in cucina a salutare i cuochi e a curiosare tra le pentole domandando: “Cosa c’è di buono?”) e un buon bicchiere di vino si controlla che tutto proceda per il verso giusto.

La tensione (se così vogliamo chiamarla) si fa sentire man mano che si avvicina l’ora di servire la cena. Finalmente arriva il fatidico suono della campana e tutti si mettono in fila nell’attesa della loro “gamella”.

Il gradimento della cena è misurato in base a diversi aspetti: i bis in cucina (e vi possiamo assicurare che per i cuochi è una grande soddisfazione vedere la gente che si alza per andare a grattare il fondo del pentolone!), gli sguardi di approvazione degli Alpini buongustai e dulcis in fundo gli applausi a fine cena che portano, assieme ad una grande gioia, un bel sospiro di sollievo che tutto è andato liscio, preludio ad un ben meritato calice!

E mercoledì viene spontanea la domanda: “Quando cuciniamo di nuovo e cosa prepariamo???””

In poche parole… Una cena conviviale si, ma non una cena sociale... Qualcosa di più, non c’è dubbio. Sarà la famosa e tanto decantata Alpinità? Ditemelo voi… io però credo di si.

 

 

Autori: Dario Burresi, Federico Toscan, Febe Vecchione, Paolo Mazzaraco, Mauro Ferluga

Ultimo aggiornamento Sabato 02 Gennaio 2010 10:03  

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