Autunno 1941 sul fronte del Don. Bruno Bracchetti ed un altro Alpino vengono incaricati di portare due importanti messaggi ad un altro Comando. Per non essere visti dai Russi viaggiano di notte con gli sci sulla prima neve autunnale, ma un pattuglione nemico li intercetta, li cattura e li porta in un’isba dietro le linee russe per interrogarli. I Russi sono in undici, più un fuoruscito italiano che fa da interprete.

Bracchetti aveva appena fatto in tempo a spezzettare il suo messaggio in minuscoli pezzetti di carta ed a spargerli nella neve al momento della cattura; ma i Russi si accorgono che l’altro Alpino ha appallottolato il suo messaggio e l’ha ingoiato. Il fuoruscito italiano allora, presa una baionetta la ficca nell’addome dell’Alpino sventrandolo e lasciandolo agonizzare morente sul pavimento dell’isba. Poi si mette ad interrogare Bracchetti bastonandolo con un spranga di ferro per farsi raccontare il contenuto dei messaggi ed ottenere altre informazioni sulle forze italiane.

Bracchetti, per la rabbia di vedere il suo commilitone ucciso così barbaramente e per lo sdegno di trovarsi di fronte un connazionale traditore, quasi non sente il dolore delle bastonate, ed alle domande del fuoruscito risponde urlandogli le peggiori ingiurie del suo ricco vocabolario.

A quel tempo infatti non si facevano ancora i “distinguo” di carattere morale e politico sui fuorusciti italiani che combattevano contro la loro Patria e collaboravano con il nemico, come poi è stato fatto in un’Italia che tuttora persevera (unico caso nel mondo e nella Storia) a festeggiare la sconfitta. Per lui, semplice Alpino sciatore del Battaglione Monte Cervino, ignaro dei miracoli trasformistici di cui è capace la politica, quel fuoruscito, altro non rappresentava che uno sporco traditore assassino.

Un Russo intanto era uscito dall’isba per un bisogno fisiologico, abbandonando il suo parabellum appoggiato al muro accanto alla porta. Ad un colpo di spranga più forte, Bracchetti rotola a terra e si ritrova per caso accanto al parabellum. Il furore lo trasforma in un “Rambo”: afferra il parabellum e per primo spara al fuoruscito italiano, poi, come una furia indemoniata, si avventa sugli altri Russi uccidendoli tutti prima che avessero il tempo di riprendersi dalla sorpresa. Per ultimo uccide anche quello che era uscito abbandonando incautamente l’arma.

Alla fine, protetto dalle tenebre della notte, rientra nelle linee italiane.

Rientrato a Trieste dopo la guerra, in cui aveva meritato due Medaglie d’Argento al Valor Militare, Bruno Bracchetti era diventato un assiduo ed affidabile frequentatore della nostra Sezione dell’Associazione Nazionale Alpini, sedendo al rancio del martedì al tavolo dei “veci” reduci di Russia e di Grecia. Assidua la sua partecipazione alle Adunate Nazionali ed alle varie cerimonie alpine. Tranquillo di schivo, come la maggior parte dei Reduci non amava parlare delle sue avventure di guerra. Non disdegnava un buon bicchiere di vino ed amava molto stare in compagnia, ma parlava sempre sottovoce e spesso preferiva tacere ed ascoltare con un sorriso sornione sotto i suoi baffoni bianchi.

Ultimamente la malattia gli aveva impedito di frequentare la sede. Negli ultimi tempi, mentre già era conscio della prossima fine, a chi lo interrogava sulla sua fede e gli chiedeva se pregasse, lui usava rispondere “Sì, prego, ma solo de sera. Prego che El me cioghi al più presto per no esser de peso”.

Su questo il Signore l’ha accontentato dandogli una fine dignitosa.

Un folto gruppo di Alpini triestini, con cappello e vessillo, ha accompagnato il feretro nel Cimitero di Sant’Anna. Il Presidente della Sezione ha dato l’ “attenti” ed ha recitato la Preghiera dell’Alpino. Poi, come estremo saluto, gli Alpini hanno intonato “Signore delle cime” con la voce rotta dalla commozione.

Addio Bruno. Sei andato avanti ad aspettarci nel Paradiso di Cantore.