Verso la fine dell’estate 1942 sul fiume Don gli Alpini della Julia si danno da fare per prepararsi per il freddissimo inverno russo.

L’eco dei terribili combattimenti d’agosto si è quasi spento ed il fronte italiano ferve di attività.Sempre in guardia, soprattutto di notte, perché azioni di disturbo ed attacchi di pattuglioni russi continuano ad  interessare tutto il fronte; ma gli Alpini alacremente scavano rifugi sotterranei, trincee, ripari per i muli ed il materiale, e camminamenti che collegano tra loro i caposaldi e questi ai Comandi, alle cucine ed alle retrovie. Si fa provvista di legna da ardere e di fieno e paglia per i muli.

L’alloggiamento che i suoi Alpini della VI Compagnia del Battaglione Tolmezzo avevano preparato al loro Tenente Rocco era una stanzetta scavata a circa tre metri sotto il livello del suolo. Era sufficientemente grande per contenere una brandina, un piccolo tavolino, una sedia, alcune scansie ed una piccola stufetta rudimentale: era quanto di meglio ci si potesse aspettare nel bosco di betulle e pini vicino al paese di Saprina dove la Compagnia era stata trasferita dalla prima linea; e Rocco ci stava da Papa, con il suo corredo militare, le armi, alcuni generi alimentari e gli oggetti che gli erano più cari.

Ma di notte, a fare da interludio a raffiche e cannonate lontane, c’era il fastidioso ticchettio di una miriade di topi. E passi il rumore, passi il loro continuo banchettare con le provviste che gli erano arrivate da casa; ma quando, con l’arrivo del freddo i topi aumentarono di numero e si misero a rodergli anche gli scarponi, Rocco decise che bisognava intervenire.

Su indicazione del suo attendente, un Alpino friulano di Cordenons gli promise che entro sera gli avrebbe procurato un “giatolìn”, un gattino, che avrebbe badato a tenere il suo alloggiamento libero dai topi.

Quella sera Rocco tornò tardi. La riunione al Comando era durata più del solito: l’attività dei Russi oltre il fiume era quanto mai intensa e si temeva qualche brutta sorpresa, tantopiù che il Don, ormai gelato, non costituiva più un ostacolo ad eventuali attacchi anche di mezzi corazzati.

Ispezionati i posti di sentinella del suo settore, Rocco rientrò nella sua stanzetta e si buttò stanco morto sulla brandina. Dall’alto di una trave del soffitto due immobili occhi fosforescenti lo fissavano nella semioscurità. “El giatolìn!” pensò il Tenente, e subito cominciò a fare i soliti versi micio-micio per farlo venire giù per vederlo. Così al buio non vedeva altro che quegli immobili occhi di smeraldo. Provò anche ad allettarlo con qualcosa da mangiare, ma il giatolìn non si mosse. “Scontroso il  micetto! – disse fra sé Rocco – Ma vedrai che prima o poi diventeremo amici e verrai a mangiare dalla mia mano!”.

Stava già per addormentarsi quando il lieve ticchettio dei passi di un topo richiamò la sua attenzione. Fu un attimo: nel silenzio più assoluto, dalla trave partì verso il suolo un lampo fulvo che immediatamente tornò al suo posto sulla trave. Il topo non c’era più. Ma il Tenente aveva fatto un salto sulla sua branda: altro che giatolìn! Quella belva era grossa come un cane! Un bestione di una decina di chili, quasi una pantera!

Nonostante i suoi tentativi Rocco, che pur provvedeva ogni giorno a preparare un piattino di cibo per il giatolìn, non riuscì mai ad avvicinarlo. Il gatto si avvicinava alla ciotola del cibo solo quando non c’era nessuno intorno, ma quando il Tenente era nel suo alloggiamento il gatto non si muoveva dal suo posto di osservazione se non per i suoi velocissimi, silenziosissimi e letali balzi ogni volta che un topo aveva il folle ardire di farsi vedere.

Alla fine Rocco rinunciò ed accettò il modus vivendi imposto dal gatto. Il Tenente di sotto, con la stanza libera dai topi, ed il gatto di sopra, sulla trave sempre immobile e vigile con i suoi occhi luminescenti.

Una fredda notte di dicembre grande animazione alla Julia! Occorreva un reparto di pronto intervento per arginare i Russi che avevano sfondato le nostre linee più a sud. I primi autocarri con Alpini e muli partirono subito. Il giorno dopo partì tutto il grosso della Julia per attestarsi nella pianura in cui il fiume Kalitwa sfocia nel Don.

Fu un dolore per gli Alpini lasciare gli alloggiamenti che si erano preparati mesi prima e che la loro industriosità ed ingegno avevano reso comodi e caldi; ma non sapevano a quale immane tragedia stavano andando incontro. Il reparto di Rocco si attestò nella neve nei sobborghi di Novo Kalitwa affrontando subito con strenuo valore i violenti assalti delle truppe corazzate russe. Gli Alpini, senza aver possibilità di scavare un riparo nella terra che il gelo aveva reso dura come il cemento, si batterono con rabbiosa ostinazione, senza cedere le loro posizioni.

Nell’infuriare del combattimento Rocco quasi non sentì il frastuono del colpo di Katiuscia che lo colpì. Si ritrovò disteso nella neve rossa del suo sangue, con un assordante ronzio negli orecchi. Poi perse conoscenza. Si risvegliò in una barella a Rossosch dove i suoi Alpini lo avevano portato quando si erano accorti che era ancora vivo nonostante le gravi ferite. Da lì venne caricato su un camion, uno degli ultimi che riuscì a passare prima che i Russi chiudessero i resti dell’ARMIR in una tragica morsa di fuoco e di gelo, e venne ricoverato all’ospedale di Karkow e poi rimpatriato su un treno-ospedale.

Sulla trave nella stanzetta tre metri sotto terra un enorme gatto fulvo, ignaro della tragedia che la follia umana aveva causato intorno a lui, continuava, ormai inutilmente, il suo lavoro di tenere libero dai topi un alloggiamento che non sarebbe mai più stato usato.