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Monte Ortigara - il Calvario degli Alpini

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Monte Ortigara: il Calvario degli Alpini

10 – 29 giugno 1917

Genesi della Battaglia

 

25 Alpini in sosta sotto pendici OrtigaraLa “Süd Tirol Offensive” passata alla storia con il nome di “Strafexpedition”, sferrata nel maggio 1916 nel Trentino, aveva portato l’esercito austriaco su una nuova linea che, rispetto a quella precedente aveva raggiunto i margini meridionali dell’Altopiano dei Sette Comuni e più a sud Monte Cimone – Monte Priaforà nelle Prealpi Vicentine. Pur avendo contenuto l’impetuosa avanzata verso la pianura vicentina, l’esercito italiano dovette lasciare in mano agli austriaci una notevole porzione di territorio.

Le posizioni raggiunte dagli austriaci erano strategicamente importanti perché costituivano una eccellente base di partenza per giungere vittoriosamente nel cuore della pianura veneta e cogliere alle spalle il grosso dell’esercito italiano schierato sul fronte del Cadore e dell’ Isonzo, vibrando così un tremendo colpo al secolare nemico e costringerlo alla resa.

Dal punto di vista strategico l’Italia corse un gravissimo pericolo in quanto il nemico giunse a pochi chilometri dalla pianura veneta. Per il generale Cadorna si rendeva quindi necessario eliminare quella minaccia proveniente dall'Altopiano di Asiago recuperando le posizioni perdute nel 1916 durante la “Strafexpedition”.

Per mancanza di tempo non racconterò gli eventi che ci portarono alla famosa Battaglia dell'Ortigara svoltasi dal 10 al 29 giugno 1917 che viene ricordata nella memoria collettiva di chi la visse nelle proprie carni come “Il Calvario degli Alpini”.

 

La preparazione dell’azione.

 

Durante i mesi dell’anno nuovo vennero attuati, fino nei minimi particolari, tutti i preparativi tecnici, operativi e logistici per riprendere l’offensiva denominata con il nuovo nome “Difensiva Ipotesi Uno”, (tale denominazione aveva il fine di ingannare l’avversario sull’azione da svolgere). Lo sforzo organizzativo fu gigantesco poiché si trattava di mantenere in efficienza operativa e logistica circa 300.000 uomini della 6A Armata al comando del generale Ettore Mambretti.

L’offensiva prevista in un primo tempo ai primi di aprile, a causa dell’abbondante innevamento ancora esistente, dovette essere rinviata ai primi di giugno.

Su quell' accidentato Altopiano di difficile percorribilità, i soldati della 6A Armata provvidero a scavare posti comando, postazioni di artiglieria, osservatori e a costruire strade, acquedotti, ospedali da campo, teleferiche allo scopo di preparare in modo adeguato l’offensiva di primavera.

Anche l’avversario, durante il lungo e rigido inverno, dedicò gran parte delle sue energie a organizzare minuziosamente il terreno con lavori in roccia, costruzione di postazioni, trincee, osservatori, ricoveri per la truppa, posti medicazione, strade, teleferiche, acquedotti per il trasporto dell’acqua e predisposte linee arretrate di difesa. Lavori che aumentarono a dismisura la potenza di una linea di difesa già forte per natura.

In particolare nel tratto Passo dell’Agnella - Monte Ortigara - Monte Campigoletti l’avversario aveva scavato nella viva roccia trincee profonde circa m. 1,50 con parapetti costruiti con muretti a secco.

L’azione principale, che passerà alla storia come “Battaglia dell'Ortigara”, fu affidata al XX Corpo d’Armata (Comandante tenente generale Luca Montuori) con il compito di conquistare l’estrema dorsale nord dell’Altopiano. Da un attento esame del piano “Difensiva Ipotesi Uno” risultava che la nostra azione offensiva era in pratica la continuazione della manovra controffensiva iniziata nel giugno del 1916.

Si riprendeva cioè l’avanzata, interrotta proprio davanti alle pendici dell’Ortigara nel luglio del 1916 con gli stessi battaglioni alpini che avevano conquistato nel 1916 i Castelloni di San Marco, Cima della Caldiera, Passo dell’Agnella e le pendici sud di Cima dell’ Ortigara, contro la quale ultima Cima si infransero i sanguinosi attacchi condotti dai valorosi battaglioni alpini.

Una colonna, schierata a destra, lungo il margine nord dell'Altopiano, doveva sfondare le linee nemiche sull'Ortigara e, successivamente, conquistare il Monte Castelnuovo, Cima Undici, Cima Dodici e raggiungere il Costone di Portule per far cadere con manovra avvolgente tutta la linea difensiva avversaria dell’Altopiano.

 

Una seconda colonna, sulla sinistra, costituita dalla 29A Divisione, al comando del generale Enrico Caviglia, doveva sfondare le difese nemiche a Monte Forno e raggiungere la Forzelletta di Galmarara.

Sulla fronte opposta era schierato il III Corpo d’Armata agli ordini del generale Ritter von Krautwald, con la 6A Divisione (Com.te generale Artur von Mecenseffy) a difesa dell’Ortigara - M. Colombara, alla sua destra la 22A Divisione a difesa del Monte Zebio - Monte Mosciagh. In totale il III Corpo d'Armata era costituito su 57 battaglioni e 400 pezzi di artiglieria di vario calibro.

In particolare la 6A Divisione, costituita da due Brigate era responsabile del fronte compreso fra Monte Colombara e la testata nord dell’Altopiano, a esclusione della quota 2003 - Passo dell’Agnella, che si trovavano a est di q. 2101, difese dal III Battaglione del 37° Reggimento della 18A Divisione e costituiva punto di saldatura con la 6A Divisione.

Alle spalle della prima linea erano dislocati tre battaglioni in riserva.

L'ordine di operazione n. 1, emanato dal Comando XX Corpo d’Armata per attacco del 10 giugno 1917, prevedeva che la 52A Divisione, al comando del generale Angelo Como Dagna Sabina, aveva il compito di conquistare Monte Ortigara ed il retrostante Passo di Val Caldiera, per poi procedere verso ovest lungo il margine dell'Altopiano, proseguendo l'attacco fino all'occupazione del Costone del Portule.

La 29A Divisione di Fanteria, al comando del generale Enrico Caviglia, con azione contemporanea e concorrente, aveva il compito di conquistare Monte Forno e subito dopo procedere alla occupazione della Forcelletta di Galmarara al fine di esercitare una minaccia contro le linee di comunicazione delle truppe austriache che occupavano la zona M. Ortigara – M. Campigoletti – M. Chiesa.

La riserva del XX Corpo d’Armata, costituita dal 9° Reggimento Bersaglieri e dai Battaglioni alpini Monte Saccarello e Val Dora,   era dislocata nella zona di Malga Moline.

 

10 giugno: inizia l’offensiva “Difensiva Ipotesi Uno”

 

Dopo una serie di rinvii per cause meteorologiche l’inizio dell’attacco fu fissato per il mattino del 10 giugno.

Alle ore 5.15 del 10 giugno, durante una giornata grigia e piovosa, entrarono in azione le artiglierie che scatenarono un potente fuoco di preparazione sulle trincee nemiche, ma la fitta nebbia che aveva avvolto il terreno non consentì di colpire con precisione le postazioni ed i reticolati sistemati a difesa delle trincee.

Alle ore 15.00, dopo dieci ore di fuoco dell’artiglieria, gli alpini della 52A Divisione iniziarono l’attacco contro le posizioni nemiche: sulla destra, contro la cima dell’Ortigara e il Passo dell’Agnella, muoveva il IV Raggruppamento Alpino del generale Antonino Di Giorgio, con i Battaglioni “Sette Comuni”, “Verona”, “Bassano”, “Monte Baldo”, “Val Arroscia”, “Monte Mercantour”, “Monte Clapier”, “Val Ellero”, 3 Batterie da montagna, 6 compagnie mitragliatrici e 2 compagnie zappatori del Genio.

A sinistra, contro Monte Campigoletti, situato a ovest del Monte Ortigara, agiva il I Raggruppamento Alpini del colonnello brigadiere Jacopo Cornaro, pluridecorato con tre medaglie d'argento al valore militare, con i Battaglioni “Mondovì”, “Ceva”, “Vestone”, “Monte Bicocca”, “Val Stura”, “Val Tanaro”, 3 Batterie da montagna, 4 compagnie mitragliatrici e 1 compagnia zappatori del Genio.

A presidio della linea di partenza erano schierati i Battaglioni “Valtellina” e “Monte Stelvio”, in riserva divisionale i Battaglioni “Tirano” e “Monte Spluga” più 3 compagnie mitragliatrici, 1 compagnia zappatori del Genio, ed i bersaglieri del 9° Reggimento.

Appena iniziato l'attacco, immediata fu la reazione del nemico che con le artiglierie e le mitragliatrici, protette in caverna, aprì un fuoco micidiale sul vallone dell’Agnellizza (denominata dagli alpini il “Vallone della morte”) e sulle pendici dell’Ortigara costringendo gli alpini a strisciare fra i sassi e a ripararsi dentro ai crateri prodotti dagli scoppi delle granate.

Fra i sassi, sui roccioni scoperti, sui reticolati intatti cominciarono ad ammassarsi morti e feriti. Gli alpini però non si persero d’animo. Guidati dai loro comandanti, sotto un uragano di ferro e di fuoco, continuarono ad avanzare verso il nemico, coscienti di compiere il proprio dovere.

Contro Cima dell’Ortigara si diresse il Battaglione “Sette Comuni” che riuscì a raggiungere la linea di contatto nemica, ma gli alpini trovarono i reticolati ancora intatti e il fuoco delle mitragliatrici che li falciava senza pietà; per non essere completamente distrutto ripiegò sotto il primo gradino roccioso, mentre i corpi degli alpini caduti rimasero a terra davanti ai reticolati ancora intatti.

Anche il Battaglione “Verona” che seguiva il “Sette Comuni”, avendo subito gravi perdite, era costretto a ripiegare a metà pendio.

Più a destra i Battaglioni “Bassano” e “Monte Baldo”, verso le 17,30, al prezzo di moltissimo sangue, risalendo le aspre scarpate rocciose, sotto le sventagliate delle mitragliatrici e sotto un furioso temporale, irrompendo attraverso i reticolati, dopo una furibonda lotta corpo a corpo, espugnarono le trincee nemiche di Passo dell’Agnella, di quota 2003 e quota 2101 ubicate a est del Monte Ortigara.

Merita ricordare l’ardita azione di un plotone del Battaglione Bassano che, dopo un percorso a mezza costa sugli strapiombi rocciosi della Valsugana, e dopo aver superato un ripido canalone, oggi denominato il “Canalone degli Alpini”, giungevano alle spalle di un reparto del XX Battaglione Feldjäger, che difendeva la quota 2101, dove era collocato un posto medicazione l’Hilfsplatz.

Il Battaglione “Bassano”, su quota 2003 e sul Passo dell’Agnella, catturò duecento austriaci, ma a causa dei sanguinosi assalti perdette il comandante di battaglione, Maggiore De Vecchi ferito e tre comandanti di compagnia, il “Monte Baldo” perdette il Tenente Colonnello Alfredo Oliva, comandante del Battaglione, due comandanti di compagnia e nove comandanti di plotone.

Nonostante le gravi perdite i superstiti, sostenuti da rinforzi del Battaglione “Val Ellero” e del “Monte Clapier”, in mezzo agli schianti delle granate, si lanciarono contro il fianco nord della q. 2105 e verso il Passo di Val Caldiera, ma a causa della disperata resistenza austriaca dovettero desistere e attestarsi sulla quota 2101 del Monte Ortigara.

La colonna del Colonnello Cornaro, che agiva a sinistra del Monte Ortigara, con in testa i Battaglioni “Mondovì” e “Vestone”, dopo aver conquistato il Corno della Segala nei pressi di Monte Campigoletti e una trincea avanzata sul Costone dei Ponari (il Battaglione Vestone), dovette arrestarsi e ripiegare temporaneamente per il violentissimo fuoco delle mitragliatrici.

Alcuni reparti della colonna riuscirono a raggiungere le pendici di Monte Campigoletti, ma verso le ore 17 dovettero fermarsi a causa delle gravissime perdite subite, fra cui quelle del comandante del Battaglione “Mondovì”, gravemente ferito, di tre comandanti di compagnia morti e di gran parte dei comandanti di plotone morti o feriti.

Più a sud gli attacchi della 29A Divisione contro M. Forno e del XXII e XXVI Corpo d’Armata erano stati tutti respinti con gravi perdite.

Il giorno dopo, su iniziativa del Comandante della 52A Divisione, l’attacco alla Cima dell’Ortigara riprese con i Battaglioni “Sette Comuni”, “Verona”, “Val Arroscia” e “Monte Mercantour” e, dopo aver messo piede sulla contestata quota 2105, vennero respinti con gravissime perdite da decisi contrattacchi austriaci. Anche questa volta vano fu il disperato sacrificio degli alpini.

Per quattro giorni e per quattro notti ci fu un tragico susseguirsi di assalti corpo a corpo con mischie furibonde alla baionetta, con lancio di sassi, di colpi di mano, sotto la pioggia ed i temporali. Gli austriaci non davano tregua. Quota 2101 che sbarrava la via all’Ortigara cambiò bandiera tre volte mentre la Cima dell’Ortigara sembrava sempre più imprendibile.

Fra i numerosi contrattacchi lanciati dagli austriaci merita ricordare quello violentissimo sferrato nella notte del 15 giugno, alle ore 2.30, chiamato in codice “Operazione Anna”, organizzato per riprendere le posizioni perdute di quota 2101 e quota 2003, ma dopo furibondi corpo a corpo, a prezzo di gravi perdite, gli assalitori vennero respinti.

Al mattino del 15 giugno i cruenti assalti erano cessati, ma le nostre perdite furono gravissime: 62 ufficiali e 1382 militari di truppa uccisi, feriti e dispersi.

 

19 giugno - Gli alpini conquistano l’Ortigara.

 

Dopo il fallito attacco del 10 giugno contro Monte Ortigara, il generale Mambretti, nonostante le pesanti perdite, decise caparbiamente con gli stessi reparti impiegati il 10 giugno, di rinnovare l'attacco il 19 giugno su tutto il fronte dell’Altopiano. Fu quella, dopo le gravissime perdite subite, una decisione incredibile, di pura incoscienza.

Per l'attacco contro le posizioni del Monte Ortigara le forze della 52A Divisione assunsero la seguente articolazione:

a.:

Colonna Di Giorgio: attaccherà q. 2105 da est e da nord - est e punterà a Passo di Val Caldiera con i reparti: Battaglioni Alpini M. Mercantour, Val Dora, Bassano, Verona, Val Arroscia, M. Baldo, Sette Comuni, Ceva, Mondovì, Bicocca, due Battaglioni del 4° Reggimento Brigata “Piemonte”, Battaglioni 28°, 30°, 32° del 9° Reggimento Bersaglieri, 4 Compagnie Mitraglieri, 3 Compagnie Genio zappatori appoggiate da un Gruppo Artiglieria da montagna. Il Battaglione Val Stura e una Compagnia Mitraglieri dovevano presidiare la q. 2101 e appoggiare con il fuoco i reparti del Maggiore Dotto de' Dauli.

b.:

Colonna Cornaro: punterà contro q. 2105 dai Ponari ed effettuerà azione dimostrativa contro M. Campigoletti in coordinamento con l’azione della 29A Divisione che attaccherà M. Forno.

Forze per l’azione: Battaglioni Alpini M. Clapier, Val Ellero, Vestone, Val Tanaro, M. Stelvio, Valtellina e M. Saccarello, 4 Compagnie Mitragliatrici, 1 Compagnia Genio zappatori, appoggiate da un Gruppo di Artiglieria da Montagna.

In riserva della Divisione: i Battaglioni Alpini Tirano e M. Spluga più una compagnia mitraglieri e una compagnia Genio zappatori.

Totale forze impegnate per l’attacco: 29 Battaglioni, 8 compagnie mitraglieri, 4 compagnie del genio e 2 gruppi di artiglieria da montagna.

Nella giornata del 18 giugno l’artiglieria sottopose ad un violentissimo bombardamento le difese austriache, in particolare le posizioni tenute dalla 6A Divisione (Monte Forno e il settore del Monte Ortigara), causando danni e perdite molto gravi.

Il giorno 19 giugno, alle ore 6 del mattino (anziché alle ore 9 per sorprendere il nemico), in presenza di cattivo tempo, scalando le ripide balze del monte, la vetta dell’Ortigara venne attaccata con azione convergente da tre battaglioni: il “Valtellina”, il “Verona” e il “Monte Baldo”; dopo una lotta accanita, contro un nemico ostinato, tenace, sottoposto ad un terrificante bombardamento di artiglieria di ogni calibro, alle ore 6.40 la cima dell'Ortigara veniva conquistata.

Primo a mettere piede sull’agognata cima, secondo autorevoli ricostruzioni, fu la 137A compagnia del Battaglione Monte Stelvio che faceva parte della seconda ondata d’assalto al comando del capitano Parolari.

Caddero in nostre mani 860 Kaiserjäger, 45 ufficiali, 14 mitragliatrici e 5 cannoni. Anche in questa eroica, tragica giornata i Battaglioni Ceva, Monte Baldo, Bassano, Verona, Val Stura, Val Dora, i fanti del 4° Reggimento della Brigata Piemonte ed i Bersaglieri del 9° Reggimento, diedero il loro generoso e determinante contributo per la conquista della quota 2105 dell’Ortigara, dando prova di elevato valore e di grande spirito di sacrificio pagando quella conquista con l’olocausto di moltissime vite.

Dopo la conquista, gli alpini furono sottoposti giorno e notte ad un implacabile fuoco di repressione con pezzi di ogni calibro ma, nonostante la rabbiosa reazione dell’avversario, gli alpini si consolidarono nelle trincee nemiche, nelle buche aperte dalle granate, sfruttando ogni più piccolo anfratto del terreno, accampati all’addiaccio e in balia degli agenti atmosferici, con poco cibo e scarsità d'acqua.

Quella sommità del monte, nuda e arsa, battuta dal fuoco nemico divenne come il cratere di un vulcano. Nella notte sul 20 giugno vennero schierate sulle posizioni conquistate di quota 2105 tre batterie di artiglieria: la 44A Batteria someggiata, la 48A e la 62A da montagna (la 47A batteria montagna era stata dislocata fin dal giorno 16 giugno con una sezione a q. 2101 ed una sezione al Passo dell'Agnella).

Purtroppo non fu possibile sfruttare il successo conseguito e proseguire l’attacco verso Passo di Val Caldiera – Cima Undici, perché fortemente contrastati dal fuoco delle mitragliatrici che sparavano d’infilata da Monte Campigoletti e dalle pendici di Monte Castelnuovo e perché sottoposti ad un violento fuoco di repressione di tutte le artiglierie nemiche che sbarravano le vie di accesso verso gli obiettivi più arretrati.

La 52A Divisione in questa azione perse 3677 uomini (morti 478, feriti 2870, dispersi 329).

 

La perdita dell’Ortigara

 

Il nemico non si diede per vinto, l’Ortigara era troppo importante per la difesa dell’Altopiano e della Valsugana al punto che il generale Conrad, comandante del Gruppo Esercito del Tirolo, ordinò “che le posizioni perdute dovevano essere, ad ogni costo, riconquistate”.

L’incarico venne affidato ad uno dei suoi generali più abili e valorosi dell’esercito imperiale, il generale Ludwig Goiginger il quale, nel giro di pochi giorni, preparò un contrattacco con truppe scelte d’assalto (in totale 8 battaglioni appoggiati da tutte le artiglierie del III Corpo d’ Armata, che per la loro ubicazione, erano in grado di sostenere l’azione) al comando del colonnello von Sloninka, comandante della 98A Brigata Kaiserschützen.

Nei giorni precedenti il contrattacco austriaco, la difesa della prima linea nel settore Ortigara veniva affidata al Colonnello Biancardi, comandante della Brigata Regina.

Il settore venne ripartito in tre sottosettori: da quota 2003 a quota 2101 c’erano i bersaglieri del 9° Reggimento (Comandante Col. Redaelli); nel sottosettore centrale, a difesa della quota 2105 dell’Ortigara c’erano gli alpini del Battaglione Bassano ed i fanti del I e II Battaglione della Brigata Regina, il sottosettore di sinistra, dalla quota 2105 esclusa al Costone dei Ponari inclusa, era difeso dai Battaglioni Bicocca e Val Arroscia. A rinforzo della difesa, in prima linea, erano schierate otto compagnie di mitragliatrici e quattro batterie di artiglieria da montagna.

Altri reparti erano in rincalzo lungo il Costone dei Ponari: il Battaglione Monte Stelvio, il Battaglione Valtellina, il Battaglione Val Tanaro e il III Battaglione del 10° Reggimento della Brigata Regina.

Alle ore 2.30 della notte del 25 giugno iniziò l’attacco con la massima rapidità e violenza contro gli italiani che occupavano l’Ortigara e le quote circostanti. Sulla pietraia martoriata dalle bombe, illuminata dalle fiammate terrificanti dei lanciafiamme, ricoperta da nubi di gas asfissianti, si consumò il sacrificio degli alpini, dei fanti della Brigata Regina, dei Bersaglieri del 9° Reggimento, degli artiglieri e mitraglieri.

Dal buio, sbucarono all’improvviso le “pattuglie d’assalto”, costituite su tre Gruppi di Assalto, armate di bombe a mano e lanciafiamme. Dopo una resistenza disperata la vetta insanguinata dell’Ortigara, trasformata in un enorme cimitero di soldati, ricadde in mano agli austriaci. Anche la q. 2101 difesa da un Battaglione del 9° Bersaglieri dopo una disperata difesa cadeva in mano agli austriaci.

A nulla valsero, subito dopo la caduta dell'Ortigara, i tentativi di contrattacco condotti dall'eroico Colonnello Ugo Pizzarello, comandante del 10° reggimento della Brigata Regina, che nonostante fosse gravemente ferito, guidò i suoi uomini all'attacco per riconquistare le posizioni perdute.

Nei giorni successivi si fecero numerosi tentativi per riconquistare le trincee perdute, ma senza ottenere il minimo successo: ormai il destino dell’Ortigara era fatalmente segnato.

La lotta fu accanita, dalla baionetta al corpo a corpo, sino a precipitare avvinghiati giù nei ripidissimi canaloni che scendono in Valsugana.

Più a lungo resistettero i difensori di q. 2003 e di Passo dell’Agnella, difeso da un reparto di alpini del battaglione “Cuneo” e del 9° Reggimento Bersaglieri.

L’ultimo a cadere, il 29 giugno, fu il piccolo caposaldo di q. 2003 difeso da due brandelli di compagnie del Battaglione Alpini “Cuneo”.

I 22 Battaglioni alpini che parteciparono alla cruenta battaglia, insieme alle Brigate “Regina” e “Piemonte” e ai Bersaglieri del 9° Reggimento, persero 461 ufficiali dei quali 17 comandanti di Battaglione e 15.000 fra caduti, dispersi e feriti.

In totale la Sesta Armata perse 28.000 uomini fra caduti, dispersi, feriti e prigionieri su circa trecentomila soldati. Questa battaglia durata venti lunghi giorni, della quale i Bollettini di guerra riportarono solo qualche notizia, fu una carneficina orribile, spaventosa, che bruciò migliaia di giovani vite.

Le perdite subite dal III Corpo d’Armata austro - ungarico ammontarono a: 992 morti, 6321 feriti, 1515 dispersi, per un totale di 8.828 uomini posti fuori combattimento, ovvero circa un terzo di quelle subite dagli italiani.

Questa in sintesi la Battaglia dell’Ortigara in cui rifulsero il coraggio, l’abnegazione, la solidarietà umana e l’altissimo spirito militare di ufficiali, sottufficiali e soldati del Regio Esercito italiano.

Un complesso di valori che sono ancora oggi vivo patrimonio degli Alpini in armi e in congedo. Sul Monte Ortigara si è consumato il sacrificio di migliaia di anime semplici e generose. Migliaia di morti nel giro di pochi giorni e nello spazio di due chilometri quadrati.

Alpini, fanti, bersaglieri, granatieri, artiglieri, genieri, soldati dei servizi logistici, oltre al fiero e cavalleresco avversario, dovettero affrontare sacrifici di ogni genere, che misero a durissima prova il loro spirito e la loro capacità di resistenza. A tutti fu richiesta una prova decisiva e ciascuno, in base alla propria esperienza umana, la diede con la massima generosità.

Su quelle aspre montagne, consacrate dal sangue dei due eserciti in lotta, alpini, fanti, bersaglieri, artiglieri, genieri, soldati dei servizi logistici e Kaiserjäger hanno scritto pagine di storia eroica che non possono essere dimenticate.

Questa ricostruzione storica, a distanza di 100 anni da quei fatti d’arme, vuole ricordare alle generazioni di oggi, ai giovani alpini in armi e agli alpini della nostra Associazione, il generoso sacrificio di migliaia di eroici soldati che, con alto senso del dovere e dell'onore, persero la vita per la Patria.

Ciascun soldato è stato l'artefice inconscio dell'immensa epopea.

Quei tragici ed eroici eventi di 100 anni fa non sono solo pagine di storia, ma sono un prezioso patrimonio che ci riguarda direttamente e che ci deve far riflettere sulle complesse pagine della nostra storia e deve unirci nel dovere della memoria collettiva.

Chi ha speso la propria giovane esistenza per la Patria non deve essere dimenticato, ma deve invece essere ricordato e onorato con sentimenti di gratitudine e riconoscenza. Quei giovani Soldati hanno dato un luminoso esempio di dedizione e di senso del dovere.

Auspico che il ricordo del passato sia motivo di elevazione spirituale e rimanga sempre vivo nel cuore dei popoli d’Italia e Austria con la quale nazione da lungo tempo l’Italia ha stretti rapporti di amicizia e comuni interessi. Oggi le motivazioni che nel lontano passato ci hanno diviso e contrapposto non esistono più e noi tutti dobbiamo operare sempre al fine di coltivare nel mondo il seme della solidarietà e della pace.

Gen. B. Tullio Vidulich                                        

Ultimo aggiornamento Sabato 01 Luglio 2017 09:24  

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